Critica di Vittorio Sgarbi

VITTORIO SGARBI

Ed ecco uno dei più bravi nuovi figurativi italiani, facile, irritante, difficile, rassicurante, da fare invidia a tutti i suoi colleghi più affermati e più sostenuti, dotato di gusto, di buon gusto e di cattivo gusto, al punto da paralizzare un giudizio, dopo che la critica ha già liquidato Sciltian, Annigoni, e traguardato con imperterrita sufficienza Donizetti e Tommasi Ferroni: tutti ideali compagni di strada, precursori e virtuosi colleghi di Bruno Di Maio. Vediamolo alle prese con conchiglie, scarpette da ballo, gusci d’uovo, posate e argenti, carte, lenzuola, petali di fiori, rami, cesti: tutto perché risulti sorprendente la sua abilità, in una vertiginosa concorrenza con la realtà, per il trionfo dell’illusione. E cos’altro è la pittura? Certo Di Maio non pretende alcuna moralità, né sa lui, come di noi nessuno, quale sia il compito, quale sia il destino di un artista. L’impressione che viene da Di Maio, è che egli, con il suo mestiere, possa rappresentare qualunque cosa.

 

In Di Maio convivono un realismo borghese e un surrealismo spontaneo e favoloso che fa apparire all’improvviso eroi inesistenti come il musicista di cui resta soltanto il violino sospeso tra la mano e il mento che non ci sono. Di Maio gioca, sogna, inventa effetti speciali concorrendo con Carlo Rambaldi. Non la storia, non la citazione di maestri antichi lo condizionano ma una fantascienza onirica dove possono apparire creature mostruose alla Bosch, restituite con fotografica evidenza. A fianco di questi temi spettacolari Di Maio coltiva i generi tradizionali del nudo, della natura morta e del ritratto. Naturalmente anche nel nudo indulge a variazioni virtuosistiche che vanno dal modulo semplice, impostato secondo lo schema di Modiglioni alla fantasia della ballerina nuda fra gusci di lumaca trasparenti e altre apparizioni( il cestino con l’uovo rotto, il ritornello del personaggio inturbantato senza corpo).

 

Un tema che certamente suggestiona Di Maio è il contrasto fra il corpo umano e le macchine, fra i complessi ingranaggi di un motore e le curve sinuosa di un corpo femminile con ali da libellula: la pittura li unisce in un improbabile connubio. Tutto si può fare con la pittura ma non si sa perché e con quale necessità. Al punto che di Maio ci può dare un ritratto quasi perfetto come “la chiave”, dove ogni elemento sta al posto giusto in un ritmo implacabile ed esatto, dalle conchiglie all’uccellino alla posizione tra il profilo e la fronte della ragazza contro un denso paesaggio annuvolato.

 

E ancor più la sua poetica si depura di ogni corpo estraneo nelle nature morte, dove, superato il trompe l’oeil di ritagli di giornale sospesi nel vuoto, immotivatamente (vediamo perfino la donna che fuma in una fotografia ma il fumo della sigaretta esce dai limiti dell’immagine con un virtuosismo che svaluta il richiamo pop), Di Maio ci consegna alcune immagini tra gli olandesi e De Chirico, che stupiscono e chiamano l’applauso. In particolare quella con il piatto di limoni e il cesto d’uva e di mele su una tovaglia bianca contro un bosco autunnale; e l’altra con i polipi, i pesci rossi e i gamberi su un tavolo con un lenzuolo strizzato e un mirabile cesto, in penombra di interno, veridico e originale omaggio alla pittura napoletana del Seicento, sono i punti più avanzati, perfezionati e convincenti dell’ingrata e difficile ricerca di Di Maio, combattente coraggioso cui i temporanei vincitori sul campo disastrato dell’arte contemporanea devono l’onore delle armi.

 

Vittorio Sgarbi